>Leggende Indiane nel Nord America>
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I Miti e le Leggende degli Indiani del NordAmerica solitamente parlano di animali tipo: Aquila, Corvo, Castoro, Volpe, Coyote ... eppure nelle mie ricerche ho trovato anche il Drago. |
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In principio il mondo era coperto di tenebre. Non c'era il sole, non c'era la luce del giorno. La notte perpetua non aveva nè luna nè stelle. C'era però ogni sorta di animali e di uccelli. Tra gli animali c'erano molti mostri orrendi e senza nome, oltre a draghi, lupi, volpi, castori, conigli, scoiattoli, ratti, topi, e tutte le qualità di esseri striscianti, come le lucertole e i serpenti. Il genere umano non poteva prosperare in queste condizioni, perchè le bestie e i serpenti distruggevano tutta la prole dell'uomo. Le creature, che avevano il dono della parola ed erano fornite di ragione, erano suddivise in due gruppi: gli uccelli, ossia la tribù piumata, e le bestie. I primi erano organizzati sotto il loro capo, l'aquila. Queste tribù tenevano spesso consigli, e gli uccelli desideravano che si introducesse la luce. Diverse volte le bestie rifiutarono di accettarla, finchè gli uccelli dichiararono loro guerra. Le bestie erano armate di bastoni, ma l'aquila aveva insegnato alla sua tribù l'uso dell'arco e delle frecce. I serpenti erano tanto astuti che non poterono essere uccisi tutti. Uno si rifugiò su una rupe scoscesa e il suo occhio può ancor oggi essere visto su quella roccia. Ciascuno degli orsi, quando era ucciso, si trasformava in molti altri orsi, cosicchè, quanti più orsi la tribù dei pennuti uccideva, tanti più ce n'erano ... Molti giorni durarono i combattimenti, poi finalmente agli uccelli toccò la vittoria. Finita questa guerra, quantunque rimanessero alcune bestie malvagie, gli uccelli poterono prevalere nei consigli e la luce fu introdotta. L'aquila aveva condotto questa favorevole battaglia e le sue penne furono perciò portate dall'uomo come simbolo di saggezza, giustizia e potenza. Fra i pochi esseri umani ancor vivi c'era Donna Dipinta di Bianco, cui erano concessi molti figli, i quali però venivano sempre distrutti dalle bestie. Se, con tutti i suoi sforzi, la madre riusciva a evitare le altre belve, arrivava il drago, che era astuto e assai malvagio, e le divorava i bambini. Dopo molti anni le nacque un figlio, generato dal temporale, che per questo venne chiamato Figlio dell'Acqua. Per lui scavò una profonda caverna, ne sbarrò l'ingresso e sul luogo accese un fuoco, che teneva caldo il bambino e celava il nascondiglio. La madre ogni giorno disfaceva il fuoco e scendeva nella caverna, dov'era il giaciglio del bimbo, per allattarlo. Ripetutamente il drago venne a interrogarla, ma la madre gli rispondeva: "Non ho più figli, me li hai divorati tutti". Quando il bambino fu più grande, non rimaneva sempre nella caverna, poichè desiderava correre e giocare. Così il drago un giorno vide le sue orme e si arrabbiò, perchè non riusciva a scoprire il nascondiglio del ragazzo. Minacciò allora di uccidere al madre se non avesse rivelato il luogo del nascondiglio del figlio. Così Donna Dipinta di Bianco, che non poteva rinunciare a suo figlio, viveva costantemente nel terrore. Poco tempo dopo, il ragazzo annunciò che desiderava andare a caccia. La madre non avrebbe voluto e, angosciata e preoccupata, gli parlò dei pericoli che avrebbe potuto incontrare, del drago, dei lupi e dei serpenti. Ma il figlio disse: "Domani vado". Pregato dal ragazzo, suo zio, Uccisore di Nemici, che era l'unico uomo vivente in quei tempi, gli fabbricò un piccolo arco e qualche freccia e i due andarono a caccia. Inseguirono il cervo e infine il ragazzo uccise un maschio. Lo zio gli insegnò a scuoiarlo e a cuocerne la carne. Arrostirono sul fuoco la parte posteriore della bestia, metà per il ragazzo e metà per lo zio. Quando la carne fu cotta, la misero a raffreddare sui cespugli, ma proprio in quel momento apparve il drago. Il ragazzo non si spaventò, ma lo zio fu talmente paralizzato dal terrore, che non parlò e non si mosse. Il drago prese la porzione di carne del ragazzo e si allontanò un poco, la mise su un cespuglio e vi si accovacciò vicino. Poi disse: "Ecco il bambino che ho tanto cercato. Ragazzo mio, sei grasso e gustoso; quando avrò mangiato questa carne di cervo, ti divorerò". Il ragazzo rispose: "No, non mi mangerai e non mangerai quella carne". Così mosse qualche passo verso il punto in cui stava il drago e riportò la carne vicino al suo sedile. Il drago disse: "Ammiro il tuo coraggio, ma sei sciocco; cosa pensi di poter fare?". Rispose il ragazzo: "Posso fare quanto basta per proteggermi". Allora il drago riprese nuovamente la carne di cervo e il ragazzo gliela ritolse. In tutto il drago prese la carne quattro volte e il ragazzo, dopo aver riportato al suo posto la carne per la quarta volta, chiese: "Vuoi combattere con me?". Il drago rispose: "Si, nel modo che preferisci". Allora il ragazzo propose: "Mi metterò alla distanza di cento passi da te; potrai tirare quattro volte contro di me con il tuo arco, purchè poi tu prenda il mio posto e anche a me siano concessi quattro colpi". Il drago afferrò l'arco, che era fatto di un grosso pino. Scelse quattro frecce dalla faretra, fabbricate con giovani alberelli di pino, e prese la mira. Ma proprio mentre la freccia scoccava, il ragazzo emise uno strano suono e saltò in aria. Immediatamente la freccia si spezzo in mille frammenti e il ragazzo fu visto in piedi in cima a un arcobaleno proprio sul punto contro cui il drago aveva diretto il tiro. Poi l'arcobaleno scomparve e il ragazzo fu di nuovo in piedi nello stesso posto. Questo si ripetè quattro volte, poi il ragazzo disse: "Stai qui ora, adesso tocca a me tirare". E il drago rispose: "Le tue piccole frecce non possono trapassare la mia prima corazza di corno e io ne ho altre tre ... tendi pure il tuo arco". Il ragazzo scagliò una freccia, colpì il drago proprio sopra il cuore e uno strato delle grosse squame cornee cadde al suolo. Il secondo tiro infranse un altro strato, il terzo un altro ancora, e il cuore del drago rimase esposto. Allora il drago tremò, ma non potè muoversi. Il ragazzo scoccò la quarta freccia e trapassò il cuore del drago, che con un tremendo urlo rotolò lungo il fianco della montagna, giù per quattro dirupi. Immediatamente grandi nubi temporalesche strisciarono sulle montagne, fulmini abbaglianti solcarono il cielo, il tuono rimbombò e la pioggia cadde a rovescio. Quando il nubifragio cessò, laggiù in fondo si poterono scorgere i pezzi dell'enorme corpo del drago sparpagliati fra le rocce. E le ossa si possono vedere ancora adesso in quel posto. Il nome di quel ragazzo era Tin-ne-ah. Usen, Colui-Che-Dà-La-Vita, gli insegnò a preparare le erbe medicinali, a cacciare e a combattere. Egli fu il primo capo degli uomini e portò le penne dell'aquila come simbolo di giustizia, di saggezza e di potenza. Chiricahua Tin-ne-ah (Apache) |