Leggende Orientali
|
Di seguito, una serie di informazioni e di leggende sui Draghi presenti in Oriente. Chiao - Draghi Scolpiti - Drago Imperiale Tradizionale - Figlia dei Draghi - Long ovvero il Drago - Primo Drago della Cina - Shi Xuanzhao - Simbologia e Iconografia - Spiagge Wangniang . |
|
E' il Drago Cinese, emblema dell'imperatore e dell'immortalità. Portatore di pioggia e fertilità. |
||
|
Draghi Scolpiti (dell'etnia Bai) C’era una volta un carpentiere di nome Yang che si affrettava a ritornare al suo villaggio natale poiché si era in piena stagione di semina. Nativo di un villaggio dell’Est, Mastro Yang era un eccellente carpentiere capace di scolpire draghi e fenici, di costruire grandi edifici e alti portali. Camminava ora per una strada lungo il fiume, all’altezza di una marmitta dei giganti(1), portando sulla schiena i suoi attrezzi, il necessario per dormire e una casseruola di rame splendente, tenendo per mano il suo unico figlio, Qijin. Ora, in questa marmitta di giganti abitava un drago-scrofa, nero di corpo e crudele di cuore; l’animale si acciambellava in fondo all’acqua in una caverna sinistra, uscendo di tanto in tanto per devastare la contrada. Ogni tre anni, al crepuscolo del ventiquattresimo giorno della sesta luna, esso sputava delle nuvole nere ad oscurare il cielo e il sole, provocando un uragano con fulmini e lampi, seguito da un’inondazione che distruggeva al suo passaggio ponti, case e coltivazioni. Il drago-scrofa nuotava a piacimento nei flutti sino al lago Erhai, sollevando delle onde alte come delle montagne, divorando i pesci e le tartarughe, le barche e i viaggia tori. Questa tempesta durava un giorno e una notte e la stessa scena si ripeteva sulla via del ritorno, fino a quando il mostro non raggiungeva la propria dimora. E ogni tre anni, al rinnovarsi di questa calamità, gli abitanti bai erano costretti a rifugiarsi tutti sulla montagna Cang, nutrendosi di scorze e radici, attendendo che il drago-scrofa si calmasse per ritornare al proprio villaggio. Essi allora ricostruivano le case e i campi desolati. Così, di generazione in generazione, i paesani bai non avevano mai potuto conoscere la pace. Questo drago-scrofa detestava tutto ciò che era in ferro o in rame. Se per ignoranza, qualcuno andava a prendere dell’acqua nel fiume con un secchio di ferro o in rame, il mostro lo afferrava immancabilmente tra i suoi artigli e lo divorava con avidità. Così, col passare del tempo, poichè si evitava in tutti i modi quel luogo temuto, attorno alla marmitta dei giganti crebbero fitti degli alberi. Visto da lontano, era una foresta talmente densa che neppure il vento vi penetrava più. Si udivano solamente i versi delle cicale e dei grilli che si arrischiavano in quei paraggi. Quando Mastro Yang e suo figlio arrivarono là, faceva un caldo torrido. Padre e figlio avevano tutti e due sete. Il giovane Qijin guardò i dintorni, cercando disperatamente una sorgente dove rinfrescarsi. Scorgendo un ciuffo di verzura, depositò in fretta il suo carico, prese la casseruola di rame e corse verso il fiume. Realizzando ciò che il figlio stava per fare, Mastro Yang tentò di riprenderlo. Ma invano. Prima d’aver detto: «Ho sete, padre», il ragazzo era già scomparso nella foresta. Qijin aveva appena messo un ginocchio per terra e immerso la casseruola nell’acqua, che scaturì un getto di vapore nero e nello stesso momento una zampa emerse in superficie e il bambino fu tirato nel fondo. Immediatamente, si abbattè il fulmine accompagnato dalla grandine… Quando Mastro Yang arrivò sul posto, restava soltanto un sandalo tra il fango. Yang aveva soltanto quel figlio. Ovunque andasse, egli portava con sé quel bambino di tredici anni e non gli era mai capitato il benché minimo incidente. Non si aspettava di perderlo a tre giorni di cammino dal suo villaggio natale. Preso dalla collera, era pronto a scendere in acqua per combattere il mostro. Ma, riflettendo, trovò più ragionevole cercare un’altra soluzione. Rimase là, gli occhi fissi sul sandalo e si mise a piangere. Non volle lasciare il luogo neppure quando il sole tramontò dietro alla montagna dell’Ovest. In quel momento, passò da quelle parti una vecchia signora. Vedendo gli attrezzi da carpentiere e il bilanciere, la donna andò a cercare il loro proprietario ai margini della foresta, guidata dal pianto. Trovato infine Mastro Yang, gli consigliò di andare per prima cosa al villaggio vicino. Mastro Yang la seguì sino a un poggio della montagna. Là, vide dei contadini che vivevano in capanne costruite in fretta perché le inondazioni avevano appena rovinato tutto. Malgrado la durezza della vita, tutti provavano una grande compassione per il povero carpentiere e cercavano di consolarlo come meglio potevano. Tra loro c’erano due bambini, il ragazzo si chiamava Abao e la ragazzina Afeng. Tutti e due colmavano di attenzioni Mastro Yang, offrendogli del tè e del cibo. Alla vista di questi due bambini così saggi che gli evocavano il proprio figlio, Mastro Yang si rattristò ancora di più. Gli abitanti del villaggio gli proposero di riposarsi qualche giorno che poi lo avrebbero riaccompagnato al suo paese natale. Mastro Yang trascorse una notte insonne senza mangiare e bere. Teneva tra le mani il sandalo del figlio senza riuscire a distogliervi lo sguardo. Sul far del giorno, prese la risoluzione di combattere quel drago-scrofa, per vendicare il piccolo ed estirpare quel flagello nell’interesse della popolazione locale. Carpentiere senza eguali, Mastro Yang non sapeva soltanto scolpire draghi e fenici, ma conosceva anche Il canone del legno(2) e poteva pronunciare molti incantesimi. Giurò di fabbricare un drago di legno e di dipingerlo come un vero drago, poi, dopo una cerimonia di «verniciatura» accompagnata da parole magiche, il drago sarebbe divenuto mobile e vivente. Egli avrebbe scelto un giorno propizio e lo avrebbe gettato nella marmitta dei giganti. Il drago di legno avrebbe combattuto il drago-scrofa sino all’annientamento del mostro. Presto deciso presto fatto. Il carpentiere soffocò il proprio dolore e confidò il suo progetto ai paesani. Spinti dalla compassione e dalla fiducia nella sua arte, questi lo sostennero fermamente, anche se erano un po’ scettici nella riuscita dell’impresa. Gli fornirono il cibo e l’aiutarono a trovare un grosso albero sulla montagna Cang, affinché potesse concentrare ogni suo sforzo nella scultura. Con i paesani, Mastro Yang si addentrò nella montagna Cang e si arrampicò sulla vetta. Là, scelse un abete dieci volte millenario, l’abbattè e lo fece trasportare al villaggio. Si costruì un capannone e vi installò il tronco. Mastro Yang trascorse un giorno di digiuno e fece un bagno prima di dedicarsi alla scultura. Abao e Afeng gli facevano da assistenti, attingevano l’acqua, rimanevano al suo fianco per passargli gli attrezzi. Essi facevano tutto ciò con tanta costanza e affetto come se fossero stati i suoi propri figli. Nei momenti liberi, i paesani andavano sovente a trovarlo per sapere a che punto era il lavoro. Con tutti questi aiuti e incoraggiamenti, Mastro Yang lavorò notte e giorno, senza tregua. Continuamente dava un’occhiata al sandalo del figlio, o contava sulle dita, era deciso di terminare il lavoro prima del ventiquattresimo giorno della sesta luna dell’anno a venire. Contava di gettare il suo drago di legno nel fiume al crepuscolo e iniziare così il combattimento. Le notti precedenti il grande giorno, i contadini accesero delle torce per far luce a Mastro Yang che non lasciava più il cantiere. Un giorno, uno sconosciuto entrò nel capannone. Era un tipo tarchiato, dalla pelle nera, che portava un mantello di lana nera. Aveva l’aria di uno sfaccendato, e restava accoccolato vicino al focolare, le braccia incrociate e le mani infilate nelle maniche. Osservava freddamente lavorare Mastro Yang, senza proferire parola. — Cosa desiderate, grande fratello? Gli chiese Mastro Yang. Lo sconosciuto rimase impertubabile. Estrasse dal suo mantello qualcosa che mostrò a Mastro Yang. — Ma è un pesce! Esclamò questi, sbalordito. — Fratello genio della montagna(3), disse improvvisamente lo sconosciuto, si dice che voi siate molto abile, sareste in grado di rianimare questo pesce? Mastro Yang lo prese e vide che si trattava di un pesce essiccato. Lo mise sui trucioli e salutò lo sconosciuto con le mani giunte: — Oh no, grande fratello, voi mi chiedete troppo! Io non sono così dotato! — Veramente? — … — Se voi non conoscete neppure l’incantesimo per rianimare un pesce essiccato, come potreste dare la vita a un drago di legno? Lo sconosciuto farfugliò queste parole e se ne andò mantello senza darsi la pena di dire arrivederci al maestro; il quale non aveva fatto attenzione al viso dello sconosciuto ma aveva colto la sua malizia. Stava per seguirlo fuori quando sentì un rumore dietro lui. Il pesce si era messo a guizzare tra i trucioli che sembravano anch’essi trasformarsi in lenticchie. Mastro Yang comprese all’istante e prese la sua ascia cercando di colpire il pesce, che scomparve immediatamente tra il mucchio di trucioli. Abao e Afeng come i paesani vennero ad aiutarlo a catturare il pesce. Ci si affacendò sino a tarda notte senza però trovare nulla. Tutti avevano capito chi era l’autore di quella farsa. Il carpentiere sapeva cosa fare. Sparse del riso attorno al capannone per farne un «baluardo di riso»(4), e ne affidò la custodia ai due bambini. Da allora, tutto tornò normale. Finalmente giunse il ventiquattresimo giorno della sesta luna. A mezzogiorno Yang il Carpentiere installò il drago di legno su di una grande aia. Per fare la differenza con il drago-scrofa, egli dipinse di biancoargento il suo drago di legno. I contadini fecero cerchio attorno a lui e si complimentarono per il capolavoro. Poi iniziò la «verniciatura»: le corna del drago erano decorate con nastri rossi che contrastavano con il bianco. Verso mezzogiorno e tre quarti, Mastro Yang incise il suo indice e disegnò con il suo sangue le pupille del drago sussurrando degli incantesimi. Pregò il suo maestro ancestrale Lu Ban, sollecitò la sua protezione nel combattimento per vincere il nemico. Il sole tramontò e una miriade di torce furono accese nella campagna. La folla cantando le arie della nazionalità bai, batteva gong e tamburi scortando il drago di legno nella sua discesa dalla montagna. Con la torcia in alto e scortato dai due lati da Abao e Afeng, Mastro Yang camminava in testa al corteo. Arrivando ai bordi della marmitta dei giganti, il carpentiere domandò che si piantassero le torce attorno lo specchio d’acqua. Poi serrò il pugno e con l’altra mano tracciò qualche segno cabalistico su un foglio di carta gialla mormorando delle parole magiche, mentre si faceva scendere il drago nell’acqua. Terminate le cerimonie, il carpentiere montò subito su un cavallo e condusse rapidamente la gente verso la montagna perché il luogo stava per trasformarsi in un campo di battaglia. Si era appena giunti a metà pendio che il fulmine apparve al di sopra del fiume e due nuvole fioccose, la prima bianca e l’altra nera, si alzarono in cielo. Poi ci fu un uragano e il fiume in piena lanciò delle onde gigantesche all’assalto del cielo. I due draghi cominciarono a battersi nello spazio dei cieli. Mastro Yang e gli abitanti del villaggio rimasero spettatori sul poggio. Il campo di battaglia era così vasto che tutto il firmamento ne fu sconvolto. Il lago Erhai ribollente tuonò. L’eco percorse le montagne. Il drago bianco era più leggero e abile. Volava dappertutto in mezzo alle nuvole e ben presto fu più in alto del drago nero che era molto più pesante. Sotto la pioggia battente, i paesani e il carpentiere lanciarono degli urrà per incoraggiare il drago bianco. La lotta continuò. Alla fine però, il drago bianco, meno grande e dunque più debole, battè in ritirata. Il drago nero sputò fumo nero che avviluppò il suo avversario e tutto il cielo si oscurò. Si scorgeva di tanto in tanto una zampa con le scaglie bianche. In piedi sul poggio, Mastro Yang, i capelli in disordine, recitava delle preghiere per invocare la protezione di Lu Ban; i paesani battevano gong e tamburi per incoraggiare il drago bianco. Finalmente, il drago bianco fece un mezzo giro e si rifugiò verso la montagna Cang, le sue scaglie caddero volteggiando come dei fiocchi di neve sul poggio. Il drago-scrofa si lanciò al suo inseguimento e lo ruppe in molti pezzi. La montagna fu bianca di scaglie, il cielo nero di nuvole scure, e la terra inondata. La disfatta non aveva intaccato la fiducia degli abitanti nel potere del Mastro carpentiere. Con la sua scure egli tracciò una linea a nord e giurò che non l’avrebbe mai oltrepassata per ritornare al suo paese natale se prima non avesse sconfitto il drago nero. Quindi si apprestò a partire tutto solo per tagliare degli alberi sulla montagna Cang, e scolpire ancora un drago per fare un ultimo combattimento contro il drago nero. I paesani non lo lasciarono andare da solo, dicendo che avrebbero condiviso con lui la gioia, il dolore ed anche la morte! Andarono ad abbattere gli alberi con lui e gli portarono da mangiare per tutto il periodo in cui egli scolpì il drago. Insieme aspettarono il ventiquattresimo giorno della sesta luna dell’anno seguente per il combattimento decisivo. Nel frattempo, la vita del popolo divenne ancora più penosa. Il tornado aveva spazzato le capanne costruite sull’altipiano; le colture erano state distrutte dalle inondanzioni che si erano estese sino al lago Erhai. Si vedevano soltanto le cime degli alberi sulla superficie dell’acqua. I contadini, armati di una giusta collera, partirono il giorno stesso per la montagna per andare a tagliare gli alberi, lasciando a casa soltanto Abao e Afeng. Mastro Yang portava sempre con sé il sandalo di paglia del suo defunto figlio. Ogni tanto lo guardava e questo lo rendeva ancor più risoluto nel vendicarlo ed estirpare quel flagello che infieriva sulla contrada. Sul far del giorno, il mastro carpentiere incontrò sulla strada un fabbro, Mastro Zhao, al quale era stato legato da amicizia nella sua vita errante. Gli raccontò quanto gli era capitato e questi gli offrì il proprio aiuto. Secondo il fabbro, la sconfitta del drago bianco era dovuta al fatto che non lo si aveva provvisto di artigli, di zanne né di armatura di ferro. Gli avrebbe dato pertanto man forte nel fabbricare un drago armato e corazzato. L’aiuto del fabbro veniva giusto a proposito. Mastro Yang ne fu tutto contento. Solamente gli era difficile trovare la quantità di ferro necessaria. Per giunta mancavano braccia. — Non ti crucciare, lo rassicurò Mastro Zhao. Ci sono ferro e minatori sulla montagna della Piuma di Fenice e si può sempre portarne al villaggio; ci sono dei fabbri a Heqin, che accetteranno volentieri di venire in aiuto ai fratelli di nazionalità bai provati dalla disgrazia; ci sono dei carpentieri sulle due rive del Fiume della Spada che saranno felici d’aiutarti a scolpire il drago. Li farò venire tutti! Ma il mastro carpentiere declinò l’ultima offerta, preferendo realizzare la scultura da solo. — Stai tranquillo, grande fratello, gli disse il fabbro a guisa di saluto. Fece un mezzo giro e si diresse verso il nord, mentre il carpentiere e i paesani ripresero il loro cammino verso la montagna. Quando faceva bello, Abao e Afeng raccoglievano delle tavole di legno per ricostruire le capanne distrutte. Lavoravano giorno e notte e si nutrivano di pesci e di gamberi che andavano a prendere sulle rive, adesso che le acque si erano ritirate. Aravano la terra e semivano grano saraceno, sempre aspettando il ritorno dei paesani. Un giorno, arrivò una vecchia signora che parlava con un accento del nord. I due bambini la credevano in viaggio per la fiera, ma lei chiese notizie di Mastro Yang dicendo di essere sua cognata venuta appositamente per aiutarlo a lavorare sul drago, con delle provviste e un’ascia d’acciaio ancestrale. — Poiché mio cognato non c’è, disse, posso lasciare l’ascia e le provviste, lo incontrerò al mio ritorno dalla fiera. Così dicendo, offrì ai due bambini due pere succulente. Abao e Afeng nascosero il sacco delle provviste e l’ascia sotto il fieno nella capanna, e misero le pere sotto la cenere perché preferivano aspettare il maestro prima di mangiarle. Due giorni dopo, la gente rientrò al villaggio, trasportando un pino antico che avevano abbattuto e delle cortecce destinate alla ricostruzione delle capanne. Dopo un mese di duro lavoro, tutti avevano il morale alto. Vedendo il loro maestro, i due bambini gli consegnarono il sacco delle provviste, l’ascia ed anche le due pere spiegandogli l’accaduto. — Ma io non ho cognate, disse Mastro Yang un po’ confuso. I due bambini gli descrissero allora la fisionomia della vecchia signora, il suo abbigliamento e il suo accento, senza dimenticare la gerla di bambù che portava sulla schiena. Il carpentiere, assalito da sospetti, non smetteva di scuotere la testa. Esaminò l’ascia e trovò la lama tagliente e il dorso ben spesso. Improvvisamente l’ascia si mise ad agitarsi nella sua mano e il manico si mutò nel corpo di un serpente che si attorcigliava attorno al braccio mentre il ferro dell’ascia divenne la testa del serpente che si lanciava sul petto, con la bocca aperta e i denti aguzzi minacciosi. I due bambini lanciarono un grido di stupore. Mastro Yang ebbe il sangue freddo di serrare la gola del serpente che fu neutralizzato sul colpo. Liberò velocemente il suo braccio dal corpo del serpente, lo prese per la coda e lo agitò con tutte le sue forze al punto di disarticolargli la spina dorsale. Dopo di ciò, gettò il rettile nel braciere dove bruciò vivo. Abao e Afeng riavuti dallo stupore, si diressero verso il sacco delle provviste. Prima che Mastro Yang avesse il tempo di impedirlo, essi lo avevano già aperto: dentro c’erano i resti del drago bianco… Le due pere altro non erano che due frutti avvelenati. Si trattava senza dubbio di una astuzia del drago-scrofa. Un mese più tardi, si era terminato con la ricostruzione delle capanne dal tetto in paglia, l’aratura e la seminagione. Tutto era pronto per prevenire la carestia. Mastro Yang si era rimesso alla sua scultura quando il fabbro tornò con i suoi amici. Ognuno si impegnò con fervore al suo lavoro. Abao divenne l’apprendista di Mastro Zhao da cui imparò il mestiere di fabbro; Afeng, quello di Mastro Yang per imparare a scolpire. L’una scolpì un piccolo drago di legno e l’altro montò l’armatura, gli artigli e i denti di ferro. Così armato, il piccolo drago aveva un bell’aspetto. Tutti ne furono molto contenti. Lo si mise in un capannone dal tetto in paglia e là i due maestri tennero una cerimonia per accettare i due ragazzini come loro apprendisti. Gli abitanti del villaggio andarono tutti a felicitarsi con verdure, pesci, vino di grano fermentato, si suonò la chitarra e si cantarono delle melodie della nazionalità bai. In quel mentre giunse un vecchio monaco. Portava un mantello di lana che nascondeva male i suoi capelli bianchi e teneva in una mano una ruota della preghiera e nell’altra un cane al guinzaglio. Per devozione buddistica, il popolo bai si mostrava generoso quando si trattava di un monaco mendicante. I paesani lo fecero entrare e gli offrirono vino e cibo. Siccome si stava facendo tardi e cadeva una pioggia fine, Mastro Yang, un po’ ubriaco, lo invitò a passar la notte. A mezzanotte, quando tutti dormivano, il monaco si alzò. Ruppe il piccolo drago di legno in molti pezzi e getto i trucioli nel braciere. La capanna prese immediatamente fuoco. Il cane nero si gettò sul carpentiere e cercò di morderlo alla gola. Fortunatamente Abao si svegliò in tempo e colpì la testa del cane nero a colpi di martello. Da parte sua Afeng prese un’ascia e l’agitò verso il monaco che si salvò come un fulmine lasciando un dito tagliato. Quando gli abitanti del villaggio accorsero, non c’era traccia né del monaco né del cane; per terra rimanevano un mucchio di chicchi di grandine, i pezzi del drago e un dito tagliato del drago-scrofa. Raddoppiando da allora la vigilanza, si pattugliò notte e giorno. Il drago nero non osò più ritornare; probabilmente si stava curando a casa sua. Il ventiquattresimo giorno della sesta luna, prima di mezzogiorno, un altro drago di legno era pronto. Era corazzato, e brillava di una luce argentata. Lo si posò sull’aia, ornato di altri otto piccoli draghi, frutto del lavoro di Abao e Afeng, che ormai padroneggiavano bene il loro mestiere. Una folla di gente era venuta ad assistere all’ «investitura». Verso il crepuscolo, vennero accese delle torce. Cantando e battendo gong e tamburi, si portarono i nove draghi in spalla e si discese la montagna. Mastro Yang e il suo amico fabbro, Abao e Afeng camminavano in testa. Arrivati in prossimità della marmitta dei giganti, si piantarono le torce tutt’attorno, Yang il carpentiere si mise a recitare degli incantesimi e i nove draghi furono instradati fino all’acqua. Dopo la cerimonia, Mastro Yang inforcò il suo cavallo e assieme ai contadini raggiunse rapidamente la montagna, sapendo che il posto sarebbe divenuto una volta di più un campo di battaglia. Erano appena giunti a metà del pendìo della montagna che si abbattè il fulmine. Nello stesso momento una nuvola scura e fioccosa si alzò nel cielo. Un diluvio fece risalire immediatamente le acque del fiume che sommerse tutte le terre sino al lago Erhai. Non si distinse più il cielo dalla terra, né il fiume dal lago. Nove draghi argentati, uno grande e otto piccoli, si scagliarono contro il drago-scrofa, così iniziò la battaglia. Il combattimento si svolse nei cieli, andando dalla montagna Cang, ad ovest, sino al lago Erhai, ad est. Tra le montagne risuonavano gli echi dei loro gridi di guerra, le acque del lago Erhai divennero burrascose. I nove draghi argentati facevano spola tra le nuvole ad una velocità inaudita. Il carpentiere e il fabbro come i paesani rimanevano sul poggio, dove battevano i tamburi e i cimbali e lanciavano degli urrà malgrado la pioggia battente. A intermittenza, i lampi illuminavano i loro corpi così da farli assomigliare a delle statue di dei. La battaglia si svolse su uno spazio di 120 li(5) da nord a sud, la volta celeste fu solcata di bianco e di nero. Nonostante la sua apertura alare, il drago nero si indeboliva poco a poco assalito da tutte le parti dai nove draghi bianchi. Le sue scaglie grosse come dei vagli cadevano una a una pesantemente nel lago Erhai. Continuava a replicare, cercando di far precipitare, con un colpo della sua coda grossa come il collo di un secchio, il grande drago bianco nell’acqua. Vedendo che i draghi bianchi prendevano il sopravvento, Mastro Yang e Mastro Zhao assieme ai paesani brandivano e agitavano asce, seghe, martelli, zappe, falci, lanciando degli urrà di incoraggiamento, in coro con la pioggia, i flutti e la montagna che sembravano anch’essi gridare dei canti guerrieri. I nove draghi, nel loro inseguimento, volarono ad ali spiegate verso il sud, il drago nero perse quota. Il cielo fu coperto da un tappeto di nuvole bianche e il lago velato da uno strato nero. Un momento più tardi le nuvole nere caddero lentamente nel lago. La pioggia cessò. Le nuvole bianche si stendevano ora su tutta la terra, mentre una luna piena si levava nel firmamento stellato, e il lago diventava compatto come uno specchio. Si vedeva avvicinarsi Qijin, il figlio di Mastro Yang, a cavalcioni sul dorso del grande drago bianco, seguito da otto piccoli draghi. Mastro Yang e i paesani vollero chiamarlo, ma il bambino e i draghi volavano in direzione della marmitta dei giganti. Improvvisamente risuonarono nove colpi di tuono, la foresta densa si aprì in due, e i nove draghi sprofondarono nell’acqua. Da allora, il fiume del drago-scrofa fu ribattezzato il Fiume dei Draghi bianchi, i raggi del sole illuminavano attraverso la foresta squarciata l’acqua limpida della marmitta dei giganti, che aveva perso il suo aspetto sinistro di un tempo. Per commemorare il ricordo di Mastro Yang e dei draghi, il popolo bai costruì il Tempio dei Draghi Bianchi. Sull’altare c’era la statua di Mastro Yang affiancato da Abao e Afeng. Al di sopra planava il grande drago bianco con i suoi otto piccoli che abbracciavano otto colonne. Quando arrivava la stagione del trapianto delle giovani piante di riso, si vedevano sovente i nove draghi tutti umidi, era perché nella notte erano partiti per far cadere la pioggia. Il popolo non aveva dimenticato neanche Mastro Zhao e la sua statua si trovava in una sala laterale con un martello in mano. Il drago-scrofa, che aveva tanto infierito nella contrada, fu condannato a restare eternamente nel fondo del lago Erhai. Tutti gli anni, la sera del 24° giorno della sesta luna, vuole ancora rivoltarsi. È per questo motivo che noi dobbiamo accendere delle torce e piantarle dappertutto lungo la montagna. Questa vista gli fa credere che il popolo bai è sempre occupato a scolpire dei draghi bianchi e non osa più uscire. (1) Termine geologico:cavità solitamente cilindriche formatesi nel letto roccioso dei corsi d’acqua ai piedi delle cascate o nelle rapide a opera di ciottoli mossi vorticosamente in senso rotatorio dalle acque; la loro profondità può raggiungere i 5 – 10 metri. (2) Libro canonico compilato da Lu Ban, personaggio leggendario considerato come precursore dei carpentieri e dei falegnami. (3) Qualifica rispettosa destinata ai carpentieri che padroneggiano Il canone del legno e sono capaci di elaborare lo schizzo d una costruzione. (4) Il riso, considerato come il più prezioso dei tesori, era in grado di scacciare gli spiriti maligni. (5) Il li è una misura di lunghezza tradizionale cinese equivalente a 500 m. |
||
|
Il Drago Imperiale Tradizionale Risultato di trasformazioni continue, il drago imperiale tradizionale, detto long, è veramente spaventoso. Si presenta come una sorta di grosso sauro dalla testa cornuta provvista di quattro lunghi baffi, dal corpo agile, squamoso e munito di quattro zampe armate ciascuna di cinque artigli possenti. Si diceva un tempo per esaltare il sovrano: "il drago plana nel cielo del mezzogiorno", poiché dopo il II sec. a.C., esso è l’emblema e l’incarnazione della sovranità e della protezione imperiale, la sua fonte di energia è così potente che domina gli elementi ostili allo sviluppo della vita animale e vegetale. Un drago era scolpito sugli antichi lingotti d’argento utilizzati come moneta e il trono del "Figlio del Cielo" si chiamava "trono dei draghi". Sotto le ultime due dinastie, i Ming e i Qing, il drago apparve sugli abiti degli imperatori. Notiamo che le zampe sono armate di cinque artigli, i principi del terzo e del quarto rango avevano come emblema lo stesso drago ma con quattro artigli. L’espressione "seme di drago" significa: principi di sangue o talento letterario. |
||
|
La figlia dei Draghi (dell'etnia Dai) All’indomani della separazione tra il cielo e la terra, vivevano nel firmamento nove draghi giganteschi che venivano sovente a divertirsi tra le nuvole multicolori. Quando questi nei loro giochi si avvicinavano alla terra, tutto ciò che la copriva si disegnava sotto i loro occhi: le montagne, i fiumi, gli alberi, le piante, gli animali… Un giorno, furono affascinati da una gemma che sulla terra brillava di tutti i suoi bagliori ora rossi, ora verdi, ora violetti. Come era magnifica! La natura aveva voluto che i draghi avessero un debole per le pietre preziose, e così si precipitarono facendo a gara su questo tesoro per appropriarsene. Ma, cosa strana, la pietra che vedevano così bene dal cielo, scomparve al loro arrivo sulla Terra, sommersa nell’immensa foresta. Non volendo ritornare a mani vuote, i draghi restarono per continuare le loro ricerche. Il tempo passava senza che se ne accorgessero, e a forza di persistere nella ricerca di questo gioiello, finirono per metamorfizzarsi nel fiume Lancang. È per questo motivo che questo fiume si chiama anche il Fiume dei Nove Draghi. A fianco del Fiume dei Nove Draghi si ergeva un enorme picco chiamato Picco Dorato, ai piedi del quale c’era una grotta estremamente profonda, detta Grotta della Roccia d’Oro. Essendo questo un luogo spazioso e luminoso, i draghi decisero di trasformarlo in un palazzo e di istallarvisi. Parecchi anni più tardi uno di loro, il Re dei Draghi bianchi, mise al mondo una bambina. Questa, molto sincera, vivace e graziosa, aveva la pelle così bianca e fresca come quella delle radici di loto e gli occhi brillanti come delle perle. All’età di sedici anni la figlia dei draghi, annoiata di vivere sempre nel palazzo sotto il fiume, usciva sovente dalle acque per giocare. Un giorno, salita in superficie, scoprì lungo le rive dei ciottoli bianchi, delle sensitive verdeggianti, dei fiori rossi e degli alberi dai frutti color arancio. Ella si divertiva così tanto che si dimenticò che doveva tornare indietro. Dapprima, si divertì un mondo lungo il fiume, poi, desiderosa d’andare vedere altrove, giunse, seguendo un sentiero sinuoso, in cima ad una montagna a nord del fiume. Oltre la montagna scoprì una pianura verdeggiante coperta da palme, da bambù nani e da piante di areca molto slanciate. Estasiata, la figlia dei draghi continuò ad avanzare. Arrivata davanti alla pianura, vide degli uomini che tiravano dei buoi per arare, delle donne trapiantare del riso con dei cesti sulla schiena, dei bambini e dei bufali bagnarsi in uno stagno. Quanto la vita sulla terra era gioiosa e animata! A quella vista, presa da una grande passione per quel tipo esistenza, non ebbe più voglia di rientrare al Palazzo dei draghi. Proprio in quel momento, le si avvicinò un giovanotto dai che camminava su un sentiero tra i campi conducendo un bue. Aveva all’incirca vent’anni, ed era vestito con una giacca da contadino, con dei pantaloni voltati in su. Portava una fascia sulla testa e aveva le mani piene di fango. Vedendolo, la figlia dei draghi comprese immediatamente che era lavoratore ed onesto. E senza saperlo se ne innamorò. Gli andò incontro e chiese timidamente: "Fratello coltivatore, mi potresti dire il nome di questo luogo?". Il ragazzo si fermò e rispose molto educatamente: "È la pianura Mengyang dei Dai. Da dove vieni, sorella? Perché sei tutta sola?". La figlia dei draghi avrebbe ben voluto dirgli la verità ma per timore di non essere creduta, rispose in maniera sibillina: "Fratello coltivatore, abito vicino al fiume Lancang. Questa mattina, sono andata a cogliere delle verdure selvatiche nella montagna vicino al fiume. Là, mi sono perduta ed eccomi qui per caso …". Nel sentirla parlare in tale maniera, il ragazzo le disse affabilmente: "Vuoi venire a riposarti un po’ a casa mia? Devi essere molto stanca. Casa mia, quella palafitta, è piccola ma comunque ci sono degli sgabelli per gli ospiti". La figlia dei draghi abbassò la testa, molto felice, e si lasciò condurre dal giovane. Il ragazzo si chiamava Yan Maoyang. I suoi genitori erano morti da molti anni. Senza fratelli, viveva solo in una piccola casa di bambù. Aveva lavorato come guardiano di buoi sin dall’infanzia e sapeva già arare la terra all’età di dieci anni. Era povero ma di grande bontà. Quando le persone avevano delle difficoltà, era sufficiente dire una sola parola perché lui andasse in loro aiuto. Tutti gli abitanti del villaggio lo trovavano molto simpatico. Parecchie donne molto premurose avevano da molto tempo l’intenzione di aiutarlo a fondare una famiglia. Ma non avevano ancora trovato la ragazza giusta. Il sole era già tramontato e gli uccelli sarebbe ben presto ritornati al loro nido. I paesani, stupiti di veder Yan Maoyang rientrare con una bella ragazza, andarono tutti sul balcone per guardarli. Il ragazzo era un po’ infastidito ma per niente imbarazzato. «È naturale, si disse, condurre a casa qualcuno che si è smarrito, perché dovrei infastidirmi?» Rientrato a casa, Yan Manyang depose una catinella d’acqua sul balcone e chiese alla ragazza di lavarsi i piedi. Poi, dispose una tavola rotonda di striscioline di giunco sulla quale mise una ciotola di riso glutinoso, della zuppa di germogli di bambù e dei cetrioli salati. "Sorella smarrita, disse con tenerezza, avrai probabilmente fame dopo aver digiunato tutto il giorno, vieni subito a mangiare qualcosa!". Vedendo che la giovane era arrossita e sembrava confusa, aggiunse: "Queste verdure selvatiche e la zuppa fredda non sono certamente molto appettite, ma il riso glutinoso, però, è buono, vieni ad assaggiarne!". "Fratello coltivatore, come posso ringraziarti!" esclamò la figlia dei draghi. Era la prima volta che mangiava il cibo del mondo terrestre e lo trovava migliore di quello del Palazzo dei draghi. Finito di mangiare, era già buio. L’orfano si mise in agitazione. Cosa sarebbe accaduto se un uomo pieno di salute avesse dormito con una bella ragazza sotto lo stesso tetto? Ma la notte gli impediva di riaccompagnarla a casa. La figlia dei draghi era intelligente, e si era già accorta dell’angoscia del giovane. Pensando che era giunto il momento della verità, gli disse con franchezza e tenerezza: "Fratello coltivatore, scusami; in realtà io sono la figlia dei draghi e vivo nella Grotta della roccia d’oro del fiume Lancang. Il desiderio per la vita umana mi ha spinto a venire sino qui. Ti supplico di tenermi, diventerò volentieri tua moglie e ti coprirò di cure e tenerezza". A queste parole, Yan Maoyang fu costernato. Come era possibile che questa graziosa figliola fosse la figlia dei draghi del fiume Lancang? Scettico, egli la interrogò e rinterrogò per esserne certo. Ed ogni volta la giovane giurava di dire la verità. Yan Maoyang non insistette più. Che quello che diceva fosse vero o falso, egli decise di rispondere alla preghiera della ragazza. Così le disse sinceramente: "Figlia dei draghi, tu hai un’anima pura come una goccia d’acqua! Ma io sono un uomo molto povero. Hai pensato alle difficoltà alle quali andrai incontro se vivrai con me?". "Se si ama veramente" rispose la figlia dei draghi "il più aspro dei frutti diventa dolce nella bocca degli innamorati". Essi procedettero alla cerimonia nuziale la sera stessa. L’indomani, a questa notizia, i paesani andarono a felicitarsi con dei fiori, del riso dell’ultimo raccolto e dello zucchero rosso in polvere. Vedendo che questi contadini erano tutti molto onesti e benevoli, la giovane sposa giunse le mani per esprimere loro i suoi ringraziamenti sinceri: "Mille volte grazie per avermi dato il diritto d’asilo nel vostro villaggio malgrado la mia bruttezza. A partire da oggi, se voi avrete delle difficoltà, io farò del mio meglio per aiutarvi". Queste parole colmarono di gioia i paesani che cominciarono ad esprimere i loro desideri: "Ebbene, figlia dei draghi, dacci più pioggia, il nostro villaggio non ha abbastanza risorse d’acqua, il trapianto del riso non si può fare senza la pioggia, implorò un vecchio". "E poi" proseguì una nonna "la gente di Mengyang non sa nuotare né condurre le zattere. Quando abbiamo bisogno di recarci in visita dai nostri parenti sull’altra riva del fiume, non potresti aiutarci ad attraversare il fiume?". La nuova venuta acconsentì con gioia. Da allora, si dice, il tempo divenne molto favorevole per la risicoltura nel villaggio Mengyang. Quando la gente di Mengyang aveva voglia di andare al villaggio Jinghong, doveva solo gridare: «Sono del villaggio Mengyang, che la figlia dei draghi abbia la gentilezza di aiutarmi ad attraversare il fiume», perché apparisse un ponte sul fiume. Un anno più tardi, la figlia dei draghi era incinta. I paesani andavano sovente a trovarla a casa, augurandole di mettere al mondo un neonato paffuto senza difficoltà. Ma proprio in quel periodo accadde qualcosa di catastrofico. Con lo scopo di farsi costruire un altro palazzo, il nuovo capo del villaggio Jinghong ordinò a tutti gli uomini del villaggio di andare ad abbattere il legname necessario sulle montagne. Un mese dopo, essi ne avevano già raccolto la quantità necessaria. Ma al momento di attraversare il fiume, le zattere di bambù furono rovesciate dalle onde e tutto il carico di legname cadde nel fiume Lancang. I battellieri, diverse migliaia, si adoperarono per recuperare tutto quel legno per novantanove giorni, ma fu tutta fatica inutile. Come fare? Il capo del villaggio Jinghong era molto inquieto, quando un uomo molto intelligente andò a suggerirgli una soluzione: "Mio signore, gli disse, io mi reco sovente al villaggio Mengyang per rendere visita a dei parenti. Ho saputo che là un giovanotto ha sposato la figlia dei draghi. Se si chiedesse aiuto a quest’uomo, forse si ritroverebbe facilmente il legno perso nel fiume". A queste parole, il capo fece chiamare immediatamente Yan Maoyang. Costui era un uomo di cuore. Era sempre disponibile. Ma questa volta egli esitò, poiché sua moglie era incinta di nove mesi e avrebbe ben presto partorito. Ma il messaggero lo implorò tanto e ancor di più: "Se noi non possiamo recuperare il legname, il capo del nostro villaggio ci farà picchiare sino alla morte. Abbiate pietà di noi e aiutateci a venirne fuori". La figlia dei draghi si commosse e disse a suo marito: "Va’, mio caro sposo. Aiutare gli altri a superare le difficoltà è nostro dovere. I paesani si occuperanno di me, stai tranquillo!". Le parole della sua sposa lo rassicurarono e così si recò a Jinghong accompagnato da colui che aveva chiesto aiuto. Dopo la partenza di suo marito, la figlia dei draghi andò furtivamente sulle rive del piccolo fiume del villaggio Mengyang. Là, ella pregò il genio del fiume di dire al Re dei draghi di aiutare suo marito a recuperare il legname caduto, il più presto possibile. Il Re dei draghi del fiume Lancang, per far piacere a sua figlia, inviò immediatamente numerosi pesci e gamberi ad assistere Yan Maoyang nel ripescaggio. In meno di mezza giornata, essi riuscirono a tirare fuori dall’acqua più di un migliaio di tronchi d’albero. La gente di Jinghong ne era stupefatta. «Oh, diceva, è miracoloso! Solamente il genero del Re dei draghi è capace di fare questo!» Ma qualcuno ne aveva fatto partecipe il capo del villaggio Jinghong. Convinto dei talenti di Yan Maoyang, questi riconobbe che nessuno a Jinghong era capace quanto il giovane. Ma proprio in quel momento, un uomo gli mormorò all’orecchio: "Mio rispettabile maestro, il giorno della vostra morte è vicino!". Il capo spalancò gli occhi e chiese: "Cosa succede? Qualcuno cerca di uccidermi?". L’uomo rispose con astuzia: "Non ora, ma bisogna stare all’erta! Riflettete bene, Yan Maoyang è mille volte più forte di voi, se avesse l’intenzione di diventare, al posto vostro, il capo del villaggio Jinghong, sareste in grado di misurarvi con lui?". "Allora cosa bisogna fare, secondo te?" chiese il capo con un tono ansioso. "La cosa migliore sarebbe quella di ucciderlo prima che egli sospetti qualcosa" rispose l’uomo estraendo la propria sciabola. Il capo scosse la testa, vedendo pagato con l’ingratitudine il suo benefattore. Ma subito gli balenò un’altra idea per la testa: «il capo del villaggio Jinghong deve essere un uomo del posto, non bisogna cedere questa carica ad un uomo del villaggio Mengyang. Sarà meglio agire per primo». Fece allora arrestare Yan Maoyang con l’intento di trascinarlo nella foresta per decapitarlo. A questa notizia, la gente del villaggio Jinghong che abitava lungo il cammino dove doveva passare il condannato andò ad intercedere in suo favore e a dissuadere il loro capo dall’agire alla leggera. Ma costui non non sentiva da questo orecchio e tranciò la testa di Yan Maoyang con un colpo di sciabola. Avendo appreso della morte di suo marito, la figlia dei draghi cadde in deliquio. Grazie alle cure dei paesani, ella ritornò poco a poco in sé. Nella sua collera, disse: "Non credevo che esistessero a questo mondo degli uomini così malvagi. Mio marito ha avuto la bontà di andare ad aiutarli. Ma invece di essergli riconoscenti, essi l’hanno ucciso, io non glielo perdonerò!". La notte stessa, la giovane ritornò nel Palazzo dei draghi per far partecipe del suo dolore il Re dei draghi bianchi. Questi, preso dal furore, ordinò immediatamente ai soldati dei gamberi di gettare grosse pietre nel fiume Lancang. Subito le acque del fiume iniziarono a scorrere a ritroso e, in un niente, inondarono Jinghong e le sue risaie. Il capo e gli abitanti trovarono scampo sulla sommità delle montagne dove si nutrirono di foglie d’alberi e di frutti selvatici. "Perché le acque del fiume salgono così in fretta, visto che non è caduta una sola goccia di pioggia?" s’interrogò il capo del villaggio Jinghong che dava per scontato che la cosa sarebbe stata di breve durata. Ma trascorsero otto o nove giorni senza che si avesse alcun segno di decrescita. I sinistrati avevano mangiato tutte le foglie degli alberi e i frutti selvatici e ora rischiavano di morire di fame. Allora un vecchio disse al responsabile: "Hai avuto torto ad uccidere il bravo giovane che ci ha aiutati a ripescare il legname. Ti rendi conto che è la tua cattiveria che ha provocato la collera della figlia dei draghi ed è indirettamente la causa di questa apocalisse! La sola via d’uscita che ti permette di sopravvivere è quella di andare a riconoscere i tuoi crimini davanti alla figlia dei draghi". Il capo comprese solo allora le cause di quella catastrofe. Rimpianse molto la sua imprudenza e fece fare una zattera di bambù che lo conducesse verso le montagne sull’altra riva in compagnia dei suoi consiglieri. Là, scesi dalla zattera, si recarono a piedi del villaggio Mengyang per domandare perdono alla giovane vedova: "Figlia dei draghi" disse il capo del villaggio Jinghong "la nebbia ha ostruito la mia vista, quanto me ne voglio d’aver ucciso tuo marito su istigazione di cattivi consiglieri. Uccidimi se vuoi, ma ti supplico di non annegare gli abitanti del villaggio Jinghong". La figlia dei draghi gli lanciò uno sguardo furioso, gli rimproverò la sua ingratitudine e gli chiese di rendergli suo marito. Incapace di assolvere a tale richiesta, il capo non sapeva che implorare la clemenza. Fu soltanto dopo aver lungamente pianto che la figlia dei draghi si calmò. Allora il capo le disse: "Figlia dei draghi, se tu ci perdoni e lasci gli abitanti del mio villaggio vivere tranquillamente, noi saremo felici di nutrirti di generazione in generazione". La figlia dei draghi, nonostante la sua tristezza e la sua indignazione, non se la sentiva di annegare tutti gli abitanti del villaggio Jinghong. Così acconsentì. La sera stessa, essa ritornò nel Palazzo dei draghi per domandare al Re dei draghi di far togliere lo sbarramento di pietre dal fiume. La mattina del giorno dopo, le acque del fiume avevano ripreso il loro corso normale, i villaggi e i campi emersero nuovamente dall’immensità delle acque. Da allora, per esprimere la loro riconoscenza, la gente del villaggio Jinghong considerano la figlia dei draghi come il genio del loro villaggio e vanno a venerarla ogni anno lungo le rive del fiume. Si narra anche che, poco dopo il suo ritorno al Palazzo dei draghi, la figlia dei draghi avesse partorito un bel neonato. E poiché durante la maternità ella aveva avuto bisogno di uova, quando la gente va a renderle omaggio le porta come offerta centoventi uova di differenti colori. |
||
|
ll drago, è sempre stato importante per i cinesi come simbolo e come motivo decorativo nell’arte e nelle feste popolari. Ma non sono molti coloro che possono rispondere alla domanda, chi è il drago o che conoscono i miti relativi a questa misteriosa creatura. La spiegazione degli antichi sul drago era la seguente: « Il drago era il re di tutte le creature ricoperte da squame, più lungo rispetto a un pesce, e poteva rendersi visibile o invisibile, sottile o grosso, corto o lungo; saliva al cielo nell’equinozio di primavera e discendeva verso l’abisso profondo nell’equinozio d’autunno ». Secondo la leggenda riportata nel Libro dei monti e dei mari « Ying Long, il Drago era il dio della siccità, e lo si pregava per ottenere la pioggia. Chi You fece una battaglia con Huang Di – l’Imperatore Giallo – e fu attaccato col diluvio e ucciso da Ying Long, mandato dall’Imperatore Giallo, nei dintorni di Jizhou (Hubei) ». Secondo gli antichi libri, « Il drago era la cavalcatura dell’Imperatore del cielo, il dio e le genti delle tribù di Yandi, Yao, Hu del Nord, Yue del Sud e Shan Miao erano adoratori del drago e si chiamavano gli eredi del drago, loro progenitore e protettore ». Insomma, dal punto di vista degli antichi, il drago aveva soltanto taluni attributi divini di potere: poteva trasformarsi, era capace di chiamare il vento e la pioggia, di controllare le forse naturali, era la divinità animale che li aiutava in battaglia e il mezzo di trasporto degli abitanti del cielo. Vi sono stretti rapporti tra il drago e il totem; tutti e due hanno i caratteri di animali, considerati come antenati e protettori; la differenza è che il totem è un animale naturale, esistente nella realtà; invece il drago concentra immagini e attributi di vari animali, in una creatura mitica. Sull’origine del drago, le opinioni sono diverse. Alcuni pensano che è un misto di vari derivati per evoluzione dal culto del coccodrillo, della lucertola, del cavallo, del maiale, del serpente o anche delle nuvole. Nei libri cinesi antichi ci sono molte descrizioni delle caratteristiche del drago; gli piace l’acqua, l’ibernazione, si spoglia delle sue scaglie, è oviparo, ha un corpo lungo. All’inizio, era concepito simile a un serpente, ma con zampe, unghia e corni e con un corpo scaglioso; i bambini nati nell’anno del serpente si chiamano nella tradizione popolare figli del "drago piccolo". Per cui all’origine del drago sarebbe stato il serpente e dal punto di vista degli antichi, serpente e drago sarebbero stati la stessa cosa. Ma seguendo la miticizzazione del totem del serpente, la sua immagine è cambiata gradualmente e alla fine è divenuto il drago: durante la dinastia dei Song settentrionali (XI sec.), è stata fissata definitivamente la figura del drago: corna come quelle del cervo, testa come quella del cammello, occhi come quelli del gambero, collo come quello del serpente, squame di pesce, artigli come del falco, zampe come di tigre, orecchi come quelli di bue. Il totem era un prodotto della società primitiva e il drago era associato a eroi leggendari. Dire che si è figli del drago significa trasferire dalla collettività del clan alla individualità gli antenati; è nato così il modo di dire che Yang Di e Yao Di erano figli di Gan Long (il drago Gan) che la loro madre aveva sognato , prima della loro nascita: costoro erano i capi dei clan patriarcali del tempo antico. Poiché Yang Di e Yao Di vissero durante il periodo di transizione dalla società matriarcale a quella patriarcale, e cioè nel periodo tardo della cultura Yangshao (cultura neolitica del villaggio Yangshao) e nel periodo della cultura Longshan (4-5000 anni da ) anche il simbolismo del drago deve essersi formato nello stesso periodo. Il significato simbolico del drago cambiò continuamente. Fu considerato simbolo di fortuna come la tigre bianca, il cardellino rosso e la tartaruga nera; durante il periodo del regno Liu Bang della dinastia Han Occidentale (III sec. A.C.), prese il significato di antenato del clan dominante e di simbolo del potere imperiale. Durante il periodo delle dinastie Yuan, Ming e Qing, si decretò che soltanto la famiglia imperiale, dove si concentrava il potere, il drago era nei costumi imperiali, nei recipienti comuni e nell’edilizia; dovunque vi era l’immagine del drago, a dimostrare pienamente l’idea che il potere dell’imperatore era venuto dal cielo. Per il popolo, il drago non solo era il rappresentante dell’imperatore: sin dal tempo antico, la danza del drago, la corsa delle barche a forma di drago erano attività ricreative popolari durante la festa di Primavera. Le preghiere per la pioggia con la danza del drago cominciarono durante la dinastia Han, le corse con le barche a forma di drago ancora prima. Durante la dinastia Tang, re-draghi dominavano i laghi, i fiumi e i mari, erano responsabili della pioggia e della sicurezza della navigazione, ed erano i nuovi membri della famiglia del drago. Nel sentimento della gente, il re-drago era motivo di paura. Nei miti classici del Pellegrinaggio verso l’Ovest e de Ne Zha fa la battaglia con il regno del mare, il Re Drago era il protagonista negativo. D’altra parte, la gente gli costruiva templi dovunque e offriva sacrifici per ottenere la sua protezione. In talune storie storia classiche come Liu Yi consegna la lettera, Zhang Yu cuoce il mare, i protagonisti si sposano con le figlie dei re-drago e hanno famiglie felici. La distanza tra la gente e il drago era diminuita a causa della personificazione dei re-drago, benevoli e gentili, con teste di drago e corpi umani. Concludendo sulla evoluzione del drago, possiamo dire che la sua forma è cominciata 4-5000 anni fa, si è sviluppata in sincronia con la nazione cinese e si è unita alla storia, l’ideologia, le religioni, la mitologia, la letteratura e l’arte, il folklore, con ricche motivazioni interne e forza suggestiva. Oggi, scomparsa la superstizione, alla gente piace il drago come portafortuna della nazione e la bella immagine e lo spirito di lotta del drago sono diventati un simbolo della nazione cinese e dello stato. |
||
|
Nel dicembre 1987, nella provincia dello Henan, luogo di origine della civiltà cinese, fu scoperto un drago di conchiglie. Considerato come il «primo drago della Cina», esso è importante per lo studio della storia culturale del paese. Lo si può vedere esposto a 60 km da Zhengzhou, capitale della provincia. L’esposizione è nel tempio dedicato al Re dei draghi costruito nel 1723 sulla riva nord del Huanghe contemporaneamente alla diga del fiume. Il tempio comprende più di 200 arcate perfettamente conservate e una stele in rame scolpita dell’altezza di 4,3 metri. Un’iscrizione cinese dovuta a un imperatore Qing è considerata come la più grande del paese. Il primo drago della Cina fu scoperto in una tomba risalente all’epoca della cultura di Yangshao, al momento dei lavori d’irrigazione vicino al Huanghe (Fiume Giallo). Situato in una fossa a 5 metri profondità, il drago è fatto di conchiglie di forme e di colori diversi: i denti e gli artigli aguzzi sono bianchi e bruni, gli occhi rotondi neri e bianchi, la lingua è rosso scuro. Con una lunghezza di quasi 1,80 m, esso rassomiglia ai draghi delle leggende: una testa di cavallo, delle corna di cervo, un corpo di serpente coperto di scaglie, degli artigli d’aquila, una coda di pesce, la testa retta; il suo corpo ondulato sembra pronto a camminare e a volare. Proviene dalla tomba di un adulto. A fianco al cadavere, c’è una tigre composta con delle conchiglie. Nell’antica Cina, il drago e la tigre rappresentavano il potere. La scoperta del drago e della tigre dimostra che a quell’epoca, gli uomini dominavano nella vita sociale. Il primo drago della Cina è stato scoperto a Leize, terreno un tempo paludoso in cui la leggenda fa nascere il Dio della folgore. Un libro antico racconta che una ragazza, Huaxu, camminò per caso su un’impronta del piede del Dio della folgore, mentre si stava recando a Leize. Ne rimase incinta e diede alla luce un bambino che si chiamò Fuxi (è l’Adamo cinese), con testa d’uomo e corpo di drago. Fuxi fu considerato come l’antenato della nazione cinese. Ed è per questo motivo che si dice che il popolo cinese discende dal drago. È meglio intraprendere il viaggio verso il paese natale del drago il secondo giorno della seconda luna (in marzo). Quel giorno si festeggia il levar del drago, che simboleggia il rinnovamento apportato dalle pioggie di primavera. Vedendo le campagne del Henan in quel giorno, si possono osservare usi e costumi locali interessanti. Si preparano per l’occasione dei ravioli e dei dolci; ci si fa acconciare i capelli, ci si lavano i piedi. Tutto ciò simboleggia la pulizia della testa e delle corna del drago. Si fanno saltare dei grani di mais e di fagioli all’alba o al tramonto (quando se ne mangia, non si sente la puntura di uno scorpione!). Un’altra usanza è quella di gettare un sasso in un pozzo dove si deve prendere l’acqua, per attirare l’attenzione del Re dei draghi evitando, così, che venga ferito dal secchio. Si chiede perdono al Re dei draghi, mettendo un vaso da notte in testa (le donne pigre, golose o che non rispettano i loro suoceri devono sottomettersi a questa usanza se non vogliono essere colpite dai fulmini) Infine si preparano dei buoni piatti per accogliere la propria figlia e suo marito, augurando loro tutta la felicità possibile. |
||
|
Shi Xuanzhao era un monaco che praticava la vita religiosa nella valle delle Gazze bianche del monte Songshan. Uomo senza eguali nell’ambiente buddhista per la sua virtù e il suo sapere, egli pronunciava dei sermoni sul sutra del Loto. A dispetto dei rigori dell’inverno o della canicola, la sala era sempre piena di gente. Tra gli uditori, egli notò tre vecchi dalla barba e le sopracciglia bianche e una strana andatura, che l’ascoltarono per diversi giorni sempre con la stessa concentrazione. Questo gli parve bizzarro. Un mattino, questi vecchi si presentarono a Shi Xuanzhao: "Noi, vostri umili discepoli, dissero, siamo dei draghi. Ciascuno di noi ha una funzione alla quale consacriamo tutti i nostri sforzi da migliaia di anni. Abbiamo approfittato delle vostre lezioni senza potervi ringraziare. Vi preghiamo dunque di darci un’indicazione affinché noi possiamo rendervi qualche servizio per quanto piccolo sia". Il monaco disse: "In questo momento, il sole è eccezionalmente torrido per la stagione, inoltre siccità e carestia imperversano nel paese. Sarei esaudito se voi poteste inviare una pioggia opportuna". E i tre vecchi replicarono: "È facile ammucchiare delle nuvole e far cadere la pioggia. Soltanto che questa è regolata da una disciplina rigorosa; senza un ordine dall’alto, noi rischieremmo la pena capitale. Ecco ciò che ci scoraggia. Pensiamo a una soluzione immaginabile. Siete disponibile a darci man forte?". "Anzi vi prego di farmi conoscere questa soluzione". "Sun Simiao¹ abita sulla montagna Shaoshi, è un uomo che gode di una considerazione e di un potere notevoli. Lui solo è in grado di farci evitare la punizione. Accettereste di disturbarvi per sollecitare la sua protezione? Se sì, la pioggia arriverà presto!". "Io so che il signor Sun abita su questa montagna, ma lo conosco pochissimo. Tutto ciò vale veramente la pena?". "La carità del signor Sun è incommensurabile. Egli è l’autore del Compendio delle ricette e delle piante medicinali del quale mille generazioni future saranno beneficiarie. Il suo nome figura nel registro del Palazzo dell’Imperatore celeste. È veramente un uomo di grande nobiltà. Sarà sufficiente una sua parola perché noi ne usciamo sani e salvi. Solamente che bisogna ottenere la sua promessa prima di agire". Così detto, i tre vecchi spiegarono a Xuanzhao la mossa da seguire. Questi si recò dunque alla dimora di Simiao. Si comportò con rispetto e parlò con sincerità. Poi rifletté a lungo prima di dire: "Si conosce, Signore, la vostra virtù di saggio, la vostra magnanimità di salvatore. Oggi, il sole ha ucciso tutte le giovani piante, la popolazione allo stremo grida la propria disperazione. È il momento di esercitare la vostra carità e la vostra benevolenza. Io sollecito la vostra generosità per salvare gli uomini dal pericolo e dalla penuria". Simiao rispose: "Io sono un semplice eremita di montagna, non ho alcuna possibilità. Cosa posso fare per loro? Non mi risparmierei se potessi essere utile, in una maniera o nell’altra". "Benché io sia un modesto monaco", proseguì Xuanzhao, "ho incontrato ieri tre draghi. Ho chiesto loro di far cadere la pioggia, la loro risposta fu che senza l’ordine dell’Imperatore celeste essi rischiano irrevocabilmente la morte. Grazie al vostro prestigio e merito, voi potete far sì che non vengano puniti. Essi mi hanno confidato ciò e attendono umilmente la vostra decisione". "Che essi agiscano del loro meglio, io mi metto a vostra disposizione e farò ciò che mi è possibile". "Dopo la pioggia", riprese Xuanzhao, "i tre draghi verranno a rifugiarsi nello stagno dietro alla vostra casa. Quando arriverà un uomo dalla fisionomia insolita per arrestarli, vi prego di spiegargli i fatti e di congedarlo". Sun Simiao diede la sua parola e il monaco riprese il cammino di casa. Vide i tre vecchi sul ciglio della strada. Xuanzhao riportò loro la parola di Simiao, e questi gli promisero una pioggia che sarebbe durata tutto il giorno e la notte, su una distesa di mille li². All’ora indicata, infatti, accadde proprio questo, e una vasta superficie di terra venga abbondantemente bagnata. L’indomani, Xuanzhao si recò nuovamente da Simiao. Stavano chiacchierando quando un uomo dall’aspetto poco comune entrò. Si diresse diritto verso il bordo dello stagno e gridò con una voce rauca. L’acqua si trasformò istantaneamente in ghiaccio. Tre lontre, una bianca e due nere, ne uscirono. L’uomo le attaccò ad una cordicella rossa e si apprestò a partire. Simiao lo fece venire e gli disse: "È che le tre bestie ieri hanno commesso un crimine che neppure la morte potrebbe riparare. Ma è per rispondre alla mia volontà che esse hanno infranto l’ordine celeste. Vi prego di farmi la grazia di liberarle e di presentare le mie scuse più sincere in alto loco affinché sia levata la pesante punizione che pesa su di loro". L’uomo si chinò, liberò i prigionieri e se ne andò con la sua cordicella rossa. Un istante più tardi, i tre vecchi vennero a ringraziare Simiao e gli proposero una ricompensa. Sun Simiao rispose: "Tutto diventa inutile in questa mia dimora di montagna. Non ho bisogno di niente". Il re si rivolse allora a Xuanzhao per conoscere i suoi desideri e questi gli disse: "Un montanaro come me necessita solo di cibo e vestiti. A parte ciò non chiedo niente. Non è necessario ricompensarmi". Siccome tutti e tre insistevano ancora, Xuanzhao disse: "C’è una montagna che blocca il cammino davanti al mio tempio, potreste spostarla per liberare la strada". "Niente di più facile! Ma non vogliatecene troppo se sarete disturbato dal vento e dai fulmini". La notte stessa, il mondo fu scosso da tuoni e fulmini. Quando venne mattino e la nebbia si dissolse, la vista davanti al tempio era completamente libera. Si potevano distinguere come il proprio palmo panorami a molti li di distanza. Il terzetto ritornò ancora una volta a ringraziare Xuanzhao e prendere congedo. Avendo avuto la nobiltà di declinare qualsiasi offerta, Sun Simiao era veramente il grande uomo che si diceva. ¹ Sun Simiao era un celebre saggio della dinastia Tang (618-907), la sua opera Compendio delle ricette e delle piante medicinali descrive oltre 800 piante. ² Il li è una misura di lunghezza tradizionale cinese equivalente a 500 metri. Estratto da Taipingguangji (Cronache degli anni di pace) |
||
|
Mentre da noi il drago, potenza malevola, è il simbolo delle tenebre, del male, della maledizione e l’incarnazione di Satana, in Estremo Oriente, è piuttosto quello della prosperità, del benessere ecc. e, secondo i Taoisti, del Tao. Così, lo si vede sotto le forme le più diverse e nelle combinazioni le più inaspettate, come motivo di ricamo, di scultura, nella decorazione di pezzi in ceramica, in lacca, in cloisonné ecc. Sotto l’impero, esso figurava sulla bandiera nazionale vicino a un "sole" rosso su fondo giallo. Sovente il drago tiene tra i suoi artigli — o gioca con — una palla o un disco impropriamente chiamato sole o perla meravigliosa. Quando questa figura tra due draghi, si dice popolarmente che se la disputano. L’iconografia cinese riproduce a volte dei draghi in numero di nove. Si conosce nel parco del Lago del Nord, a Beijing estendersi tra le costruzioni armoniose di quella che fu la Città Proibita, un muro-schermo lungo e meraviglioso in ceramica policroma chiamato jiu long bi, "Schermo dei nove draghi". Da un capo all’altro su un fondo azzurro, nove draghi si contorcono a gara al di sopra delle nuvole ondeggianti. Appaiono così naturali che sembrano pronti a lanciarsi per proteggere l’imperatore da tutti gli spiriti nefasti che potrebbero popolare i luoghi. Poiché, secondo la credenza popolare, le principali specie di draghi sono nove, questo schermo protettore simboleggia tutti i draghi esistenti. È dunque nove volte di buon augurio. Non bisogna confondere il drago long con il drago tan, altro animale fantastico munito di una piccola coda e di due corna. Il carattere che le designa è lo stesso della parola avarizia che d’altronde egli personifica. Un simbolismo supplementare riveste il drago quando forma una coppia con un uccello mitico che la terminologia occidentale identifica con il nome di fenice. Si vedono degli esempi su delle medaglie talismatiche, degli specchi, degli oggetti in porcellana, ecc. È una illustrazione del detto popolare: "Drago che si eleva e fenice che plana" che identifica un letterato di grande sapere. Questa coppia fantastica suggerisce anche la prosperità così che l’espressione "splendore di drago e bellezza di fenice" a proposito di un uomo degno delle più alte dignità. Un giovane uomo cavalcante un drago e una ragazza, una fenice evocano la leggenda secondo la quale l’unione di questi due esseri sarà perfetta. |
||
|
Storia delle spiagge Wangniang Molti anni fa, la pianura occidentale del Sichuan conobbe una siccità così grave che gli alberi morivano, i giovani virgulti ingiallivano, le risaie si spaccavano, i laghi mostravano il loro fondo e i raggi di un sole rosso fuoco brillavano ogni giorno sulla terra. In un piccolo villaggio, al bordo di una rapida, abitava una famiglia. La madre, che si chiamava Madre Nie, aveva più di quarant’anni e suo figlio Nie Lang ne aveva quattordici. Essi affittavano un campo, ma i pochi dou¹ di cereali che restavano non erano sufficienti, dopo aver pagato l’affitto: Nie Lang doveva andare a raccogliere la legna per il fuoco e delle erbe per venderle. Molto sincero, laborioso e saggio, era sempre pronto ad aiutare i vicini. Se la intendeva bene con i bambini del villaggio e il suo migliore amico si chiamava Changsheng. Un giorno, al primo canto del gallo, egli andò come sempre, con la gerla sulla schiena, a tagliare delle erbe col falcetto. Salendo verso la Cima del Drago Rosso, pensava: « Il mio amico Changsheng mi ha detto ieri che Zhou il Riccone chiede delle erbe per nutrire il suo cavallo, bisogna che ne tagli di più per vendergliele». Preso da questi pensieri, senza accorgersene, Nie Lang aveva oltrepassato la Cima del Drago Rosso. Nel Fossato del Drago alla base della montagna, in primavera si era avuta abbondanza di pesci e gamberetti, e di erbe sulle sue rive. Ma il luogo adesso non era altro che pietrisco. Nie Lang emise un sospiro, e pensava di andare altrove, quando vide improvvisamente una figura bianca dietro il tempio tutelare. Molto stupito, disse: « Oh! Una lepre bianca!» All’idea che la lepre mangia l’erba tenera, egli la seguì non si sa per quanti li. Arrivata al fondo della valle, la lepre scomparve. Ma Nie Lang scoprì là un ciuffo di verzura, e tutto contento, ne tagliò un cesto pieno. Cosa estremamente bizzarra, l’indomani le erbe erano ricresciute. Egli andò dunque a tagliarle due giorni di seguito. Poi pensò: «Sarebbe meglio che le strappassi e le piantassi dietro casa mia, invece di correre ogni volta come un coniglio per una dozzina di li». Si affrettò a scavare la terra e strappò le erbe. Ora, stava per rialzarsi quando vide una pozza d’acqua, sulla cui superficie brillava una perla. Nie Lang la prese, tutto felice, la mise prudentemente in grembo e tornò a casa, con la sua gerla di erbe sulla schiena. Al suo arrivo a casa, il sole stava già tramontando dietro la montagna. Mamma Nie stava preparando la zuppa di mais. Alla vista del suo ragazzo, si lamentò amaramente: — Perché rientri così tardi? Nie Lang le raccontò la sua avventura e tirò fuori la perla. Improvvisamente, tutta la casa fu illuminata da un bagliore così accecante che non si poteva tenere gli occhi aperti. La madre si affrettò a dirgli di nasconderla nel vaso del riso. Dopo cena, Nie Lang piantò le erbe dietro casa, vicino a un boschetto di bambù. Il giorno dopo, si alzò prestissimo e corse a dare un’occhiata alle sue piantagioni. Ahimè, le erbe erano tutte secche. Rientrò a casa per vedere se la perla era ancora là. Appena aperto il coperchio del vaso, gridò meravigliato: — Madre, presto, venite a vedere! Il vaso era pieno di riso, e sopra c’era ancora la perla. Capirono che era una perla magica, poiché, da allora, se la si posava nel vaso del riso, il riso aumentava, e se la si metteva su dell’argento, l’argento si moltiplicava. Alla famiglia non mancavano ormai né vestiti né cibo. Quando i vicini non avevano di che mangiare, Mamma Nie diceva a suo figlio di portar loro del riso. Anche lui povero, Nie Lang voleva ben aiutare i vicini in difficoltà. La notizia si sparse in fretta. Quando la seppe, Zhou il Riccone, un signorotto dispotico del villaggio, disse al suo intendente: — Bisogna cercare con tutti i mezzi di impadronirci di questa perla! — Signore, disse l’intendente, la famiglia Nie è povera, sarà facile comperarla con una bella sommetta. Ma poiché Nie Lang era certamente troppo intelligente per lasciarsi ingannare, Zhou e il suo intendente concepirono un piano oscuro: l’intendente sarebbe andato con quattro servi a saccheggiare la casa dei Nie, con il pretesto che Nie Lang aveva rubato la perla preziosa della famiglia Zhou tramandata dai suoi antenati. Se Nie Lang non avesse dato la perla, lo si sarebbe incatenato e condotto in prefettura. Quando Changsheng, guardiano dei cavalli di casa Zhou, venne a conoscenza del complotto, uscì di nascosto e andò ad informare Nie Lang affinché fuggisse immediatamente con sua madre. Madre e figlio erano tutti indaffarati nei loro preparativi per la partenza quando l’intendente di Zhou li fermò subdolamente davanti alla porta. — Ridatemi immediatamente, gridò, la perla magica del mio padrone o siete morti tutti e due! A quelle parole, Nie Lang si arrabbiò e disse puntando l’indice sull’intendente: — Tu non sai che malmenare i poveri appoggiandoti a Zhou il Riccone. Con quale prova mi accusi di furto? Senza prendersi pena di rispondergli, l’intendente ordinò ai servi di frugare in casa ma non si trovò nulla. L’intendente sgranò gli occhi e disse di perquisire Nie Lang che, immediatamente, inghiottì la perla. — È finita, finita! Nie Lang ha inghiottito la perla, la perla è nella sua pancia! Gridarono i domestici. — Picchiatelo! urlò l’intendente. Sotto i calci e i pugni, Nie Lang svenne. Fortunamente, alcuni vicini riuscirono a scacciare l’intendente e i servi; quindi portarono Nie Lang dentro casa e curarono le sue ferite. Mamma Nie, seduta vicino al letto, vigilava su suo figlio, con le lacrime agli occhi. A mezzanotte passata, Nie Lang si svegliò improvvisamente e disse ad alta voce: — Che sete! Voglio bere dell’acqua! Vedendo che suo figlio aveva ripreso conoscenza, Mamma Nie, felicissima, si affrettò a dargli una ciotola d’acqua. Nie Lang la vuotò in un attimo e ne chiese ancora un’altra. Molto impaziente, si mise a pancia in giù sull’orlo del grande orcio e ne bevve tutta l’acqua. Sua madre tremava per la paura. — Figlio mio, è terrificante vederti bere così tanta acqua! — Mamma, il mio cuore soffre come se fosse arso da un fuoco violento! Voglio bere ancora, mamma! — Non c’è più acqua nel nostro orcio! — Voglio andare a bere nella rapida! Un lampo squarciò il cielo e illuminò tutta la casa, seguito dal fragore del tuono. Nie Lang saltò per terra e corse fuori. Sua madre si precipitò per rincorrerlo, ma più lei correva, più aumentava la sua paura. Poco tempo dopo, apparve davanti a loro un fiume, simile a un lungo nastro grigio. Come posseduto, Nie Lang si gettò in riva al fiume e bevve gloglottando. I lampi e i tuoni si succedevano. In un batter d’occhio, Nie Lang aveva prosciugato metà dell’acqua del fiume. Tirando per i piedi con tutta la sua forza, la madre gridò: — Che cosa ti sta succendendo, figlio mio? Nie Lang si voltò, si era trasformato: si vedevano due corna sulla testa, dei peli blu attorno alla bocca e delle scaglie rosse sul collo. — Lasciate la presa, mamma, voglio essere un drago per vendicarmi di quest’odio così immenso e profondo quanto il mare! Sotto i tuoni e i lampi, l’acqua salì rapidamente nel fiume con delle onde tumultuose, e sconvolse il silenzio dell’immensa terra. Zhou il Riccone in persona arrivò giusto in quel momento, conducendo i suoi servitori che brandivano delle torce, con l’intenzione di aprire il ventre di Nie Lang e prendersi la perla. Udendo questo vocìo, Nie Lang indovinò che c’erano della persone e disse: — Lasciatemi, mamma, voglio vendicarmi! Scrollandosi con tutte le sue forze, si rotolò nel fiume e fece scaturire delle onde alte sino al cielo. — Vecchia, dov’è andato tuo figlio?, gridò Zhou afferrando Mamma Nie per le spalle. — Che delinquente sei, Zhou! Insegui mio figlio sino al fiume. Non ti è sufficiente? Nie Lang, urlò, il tuo nemico è arrivato! Con un calcio, Zhou il Riccone gettò Mamma Nie per terra, e corse in riva al fiume per cercare Nie Lang. Seguita da un lampo rosso e nel fracasso del tuono, un’onda, scatenata come un cavallo al galoppo, trascinò tra i suoi flutti Zhou il Riccone, il suo intendente e tutti i suoi servi, inghiottendoli sino all’ultimo. Il vento si calmò e la pioggia smise di cadere. Il cielo si rasserenò poco a poco. Nie Lang levò la testa e chiamò dal fiume: — Mamma, sto per partire! — Figlio mio! Quando ritornerai? domandò Mamma Nie, afflitta. — Poichè il mondo umano e il mare si separano, io non tornerò fino a quando le rocce non sbocceranno come fiori e ai cavalli non spunteranno delle corna. Avendo la triste convinzione che suo figlio non sarebbe mai più tornato, Mamma Nie, in piedi su una grande roccia, gridava incessantemente: «Figlio mio! Figlio mio!...» Ai richiami della sua amata madre, Nie Lang volgeva più in alto la testa per vederla. Ventiquattro volte lei lo chiamò e ventiquattro volte egli alzò la testa. Ad ogni saluto del figlio, comparve una spiaggia. Ne comparvero ventiquattro che più tardi furono chiamate le «Spiagge che guardano la madre», in cinese Spiagge Wangniang. ¹ Antica misura per granaglie equivalente a un decalitro. |